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Se si cerca di visualizzare la figura dell’alchimista, è facile che si arrivi a una rappresentazione abbastanza omogenea a quella che potrebbe elaborare qualsiasi altro uomo occidentale, complici, è chiaro, ciò che nei secoli è stato elaborato e filtrato dall’immaginario collettivo che a sua volta influenza ed è influenzato dalla narrativa, dall’iconografia e, più recentemente, dal cinema. Vediamo allora l’alchimista come una persona anziana, paludata da lunghi e pesanti abiti... spesso, però, abiti semplici, quasi a ricordare che ancora non è riuscito a compiere la tanto desiderata trasformazione. Né potrebbe essere altrimenti, se no per quale motivo quest’uomo ormai quasi privo di forze continuerebbe a stare curvo sui suoi strumenti a controllare il tenore del fuoco e le sfumature di colore che vengono a mano a mano assunte dal materiale lavorato ? L’ambiente in cui l’alchimista opera è quasi invariabilmente angusto, fumoso, polveroso, con un numero incredibile di strumenti sparsi qua e là nel massimo disordine... ma soprattutto il laboratorium è oscuro, quasi a richiamare l’attenzione sulla fonte principale di luce che è quella emanata dall’athanor e che, a sua volta, si riflette sul viso del curvo alchimista, enfatizzandone le profonde rughe : apparentemente l’unico concreto risultato di questo lavoro che dura da una vita.
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